Negli anni ’60 l’economia della Sardegna era ancora a vocazione fortemente agropastorale e l’uomo che lavorava in campagna si sposava solo dopo aver messo da parte i soldi per il matrimonio, quindi non in giovanissima età.
Spesso a sceglierne la sposa era i propri genitori, tra le giovani nubili del paese. Una volta scelta la consorte, si procedeva alle nozze che si snodavano lungo un rito popolate e religioso che coinvolgeva tutto il paese.
Gli sposi prima di recarsi in chiesa per il Sacramento, si incontravano a casa della sposa dove, insieme, chiedevano il “perdono” atto attraverso il quale chiedevano perdono per dover lasciare la casa di famiglia.
Al “perdono” seguiva il “trattamento” rituale con il quale si offrivano a sposi e congiunti dolci e bevande prima di andare in chiesa.
Una volta finita la funzione religiosa, i coniugi sfilavano tra le vie del paese seguiti da amici e parenti e venivano fermati dai compaesani che davano loro gli auguri e rompevano u piatti in terra in segno di augurio e prosperità.
Si andava dunque a casa dello sposo, dove si ripetevano i rituali del “perdono” e del trattamento prima del pranzo di nozze.
Nella famiglia dello sposo pastore spettava ai genitori di quest’ultimo l’onere del pranzo di nozze ed il rituale di accoglimento della sposa nella loro cerchia di congiunti.
Nel pranzo non mancava la carne, che il pastore non mangiava abitualmente perché serviva ad accumulare la sua dote, prediligendo latte, yogurt o formaggi.
A fine pasto gli sposi ricevevano i doni: normalmente si trattava di denaro, non dato dentro le buste come oggi, ma letteralmente lanciato pubblicamente al centro di un tavolo, in modo che tutti vedessero l’offerta di ciascuno.
Anche allora si usava preparare il letto degli sposi (foto) e concludere le nozze con dolci, liquori e balli dentro le case.
Maria Vittoria Dettoto




