La morte di nove dei dieci figli della Dottoressa Alaa al Najjar rompe il muro di silenzio che da troppo tempo copre lo sterminio dei palestinesi a Gaza.
Ci sconvolge e non può essere altrimenti. Una madre, una pediatra, che con suo marito medico a sua volta aveva costruito una famiglia, desiderato quei dieci figli, se li vede portare via dalle bombe gettate sulla sua casa dagli israeliani.

E non solo. Vede arrivare i corpi carbonizzati dei suoi figli di età compresa tra i 12 anni ed i sei mesi, nell’ospedale nel quale Leo lavora il Nasser Medical Complex a Khan Yunix. Con i figli c’è anche il marito rimasto ferito e l’unico dei suoi dieci figli sopravvissuti a sua volta ricoverato in gravi condizioni.
Alaa nonostante nel tempo si sia dovuta abituare a curare bambini mutilati dalla guerra, ustionati o ad accogliere cadaveri di bambini innocenti nell’ospedale dove lavorava, alla vista dei suoi figli morti sviene.
Viene soccorsa, ora è lei che ha bisogno del sostegno che a lungo ha dato a quelle madri sopravvissute alle morti dei figli con le quali è venuta a contatto in questa guerra senza senso.
I bambini uccisi di Alaa avevano dei nomi bellissimi: Yahya, Rakan, Ruslan, Jubran, Eve, Revan, Sayden, Luqman e Sidra.
Sidra aveva appena sei mesi.

Gli israeliani non le hanno neanche dato il tempo di imparare a parlare o a camminare. È diventata con la casa nella quale viveva felice con i fratelli, le sorelle ed i genitori un obiettivo militare, poi rivendicato dai suoi assassini.
Come può una bambina di sei mesi essere un obiettivo militare? Come si può uccidere 9, 100, 1000, 10.000 bambini innocenti in nome di cosa?
Mi auguro che almeno il figlio attualmente in gravi condizioni di Alaa riesca a sopravvivere. A lei ed a suo marito la vita ha riservato un dolore davvero troppo grande da sopportare. Vi siamo vicini.
Foto: una donna piange i morti all’ospedale di Khan Yunis. Credit Avvenire.it. Foto 2 e 3 Getty Images.
Maria Vittoria Dettoto




