Ieri a Capoterra è toccato a Michele Fuedda, 39 anni di Pula, precipitato da sei metri mentre lavorava ad un cavalcavia. È morto poche ore dopo.
Pochi giorni prima, è toccato a Luigi, Ciro e Vincenzo che lavoravano dentro un cestello attaccato ad un’impalcatura al Vomero, Napoli, precipitati da otto metri di altezza. Tutti morti. Perché pare neanche fossero imbragati.

Lo stesso giorno è morta un l’altra persona mentre lavorava, la cui morte rispetto ai tre di Napoli tutti insieme, è passata quasi in secondo piano.
E invece qui niente deve passare in secondo piano. Tantomeno la morte di un operaio, spesso anche padre di famiglia, che lascia orfani moglie o compagna e figli.
E chi è single, ha comunque dietro una famiglia, gli amici, i compagni di lavoro, gli affetti.
Persone oneste che si fanno il mazzo ogni giorno lavorando in condizioni precarie, ore e ore, spesso in nero e senza alcuna tutela, senza ferie perché neanche se lo possono permettere.Alcuni addirittura alla giornata, come una delle vittime del Vomero.
Le ho viste le lacrime della figlia che lo raccontava. Che soffriva, appena diventata donna, per la morte di un padre che lavorava anche per lei. Ora chi aiutera’ questa ragazza?
Chi aiutera’ le famiglie delle 224 vittime sul lavoro decedute solo negli ultimi 28 giorni? Cento undici a giugno e 113 a luglio, una media di quattro al giorno, che sommati ai 400 che avevamo stimato a maggio 2025 fanno oltre 600. Una carneficina.
Ed io francamente me ne fotxo delle parole dei sindacalisti che ogni volta che muore qualcuno esprimono parole di cordoglio verso le famiglie delle vittime e chiedono più controlli nelle aziende, quando i primi che dovrebbero controllarle sono loro.
Me ne fotxo delle parole di cordoglio dei politici che magari hanno anche la faccia tosta di partecipare ai funerali delle vittime per farsi la loro passerella di fronte a giornali e tv, senza mai adottare alcun provvedimento serio per tutelare i lavoratori.
Le stesse loro promesse le sento da cinquanta anni, da quando sono nata. Stronz××e. Non gliene frega niente di voi, di noi.
Perché se ieri è toccato a Michele, Vincenzo, Luigi e Ciro, domani dentro quella bara ci possono essere i nostri padri, figli, fratelli, madri, sorelle.
E non bastano le parole o gli articoli o i post sui social, dei quali le famiglie delle vittime non se ne fanno niente. Perché sparito il clamore mediatico, dopo pochi giorni non ne parlerà più nessuno.
Al posto loro ce ne saranno altri quattro ed altri quattro ancora. Che da dentro le loro bare non usciranno più e le loro famiglie, distrutte, li piangeranno per il resto della vita.
Altro che parole buttate al vento.
Foto: Michele Fuedda ed i tre operai morti a Napoli.
Maria Vittoria Dettoto




