“Poche te ne hanno date”. Cinque parole che ieri lo zio di Giulia Cecchettin, Andrea Camerotto, ha scritto nel suo profilo social commentando le botte prese in carcere dell’assassino di sua nipote Filippo Turetta, da un detenuto 55enne accusato di omicidio e tentato omicidio.
Turetta sarebbe stato aggredito ad agosto, dopo essere uscito dall’area destinata ai detenuti in isolamento ed essere stato messo in mezzo agli altri carcerati.
L’aggressione sarebbe conseguenza di quella che possiamo definire ” la legge del carcere”, il codice non scritto che punisce chi si macchia di reati effetti contro donne e bambini.
Che, badate bene, funziona talvolta meglio della giustizia, che a questi detenuti che a mio avviso nulla meritano, garantisce protezione e sicurezza.
Per quanto mi riguarda ribadisco cio che ho scritto ieri e da sempre: meritano la pena di morte. Peccato non sia contemplata più dal nostro ordinamento. Continuo a dire che per certi reati, vada reintrodotta.
E a chi mi ha risposto che a violenza rispondo con la violenza dico vorrei vedere voi cosa fareste se vi ammazzassero una nipote, un figlio. Se ve la stuprassero a cinque anni come il padre orco del quale abbiamo parlato avantieri.
Cosa dovremmo dargli a questi assassini o pedofili? Le carezze? No signori. Non provo nessuna pietà per loro. Nessuna. E non la proverò mai.
Come non l’ha provata Turetta quando sull’esile corpo di Giulia ha inferto 77 coltellate, dopo aver pianificato l’omicidio.
Altro che funzione riabilitativa del carcere. La reintroduzione della pena di morte ci permetterebbe da un lato di snellire le carceri e dall’altro di veder calare il numero dei femminicidi e degli abusi.
Quando vedranno che andranno incontro alla morte e non a pochi anni di carcere o addirittura nulla, passerà loro la voglia. Vedrete.
Maria Vittoria Dettoto




